ALBERTO BRAGLIA: STORIA DI UN MOSTRO SACRO DELLA GINNASTICA NOSTRANA. INTERVISTA STEFANO FERRARI

ALBERTO BRAGLIA: STORIA DI UN MOSTRO SACRO DELLA GINNASTICA NOSTRANA. INTERVISTA STEFANO FERRARI

ottobre 20, 2021 0 Di Cinema in viaggio

Giornalista, autore, regista. Stefano Ferrari – attualmente impegnato nella realizzazione di un film sulla storia della Motor Valley – racconta nel suo romanzo uno dei mostri sacri dimenticati della ginnastica nostrana: il modenese Alberto Braglia.

Per i lettori che si approcceranno alla lettura non sapendo nulla sul tuo protagonista, chi era Alberto Braglia al di là di uno dei più grandi ginnasti che la nostra nazione abbia vantato?

Braglia è stato un personaggio fortemente ambivalente. È stato un atleta che ha avuto l’ingegno, la forza e la perseveranza necessarie a realizzare il suo sogno: diventare un campione. Non aveva nulla, eppure è riuscito a creare per sé una palestra nel suo fienile, così da potersi allenare: il cavallo con maniglia, gli anelli, la sbarra, ha creato tutto da solo e con strumenti grezzi. Accanto a questi tratti che racchiudono in sé la forza del grande sportivo, Braglia era prima di tutto un uomo umile con tutti i suoi limiti e le sue nevrosi. Faceva il garzone da fornaio, non parlava che in dialetto, aveva frequentazioni minime e necessità davvero basiche: un perfetto rappresentante, insomma, dell’Italia estremamente povera dell’epoca.

Di storie dimenticate ce ne sono a migliaia. Perché hai deciso di narrare proprio la sua?

Innanzitutto, sono anch’io Modenese. Ho seguito professionalmente il calcio per tanti anni e capitava spesso che quando si andasse in trasferta mi chiedessero chi era il Braglia a cui è dedicato lo stadio. Molti pensano erroneamente che sia intestato a un calciatore omonimo ma lo stadio è dedicato ad Alberto Braglia, il più grande ginnasta della storia. Proprio perché nel tempo la sua storia è finita nel dimenticatoio – un po’ per sfortuna, un po’ per la ristrettezza di Modena a confronto con Roma e Milano – ho pensato che fosse arrivato il momento di tirarla fuori dalle scartoffie e dopo aver avuto questa storia nel cassetto per un po’ di tempo, l’ho scritta non appena si è presentata l’occasione.

Il tuo è un romanzo a metà tra il biografico e lo storico. Ti è capitato di dover intervenire con la finzione in alcuni passaggi? 

No. La storia di Braglia è incredibile così com’è e non ho mai avuto la necessità di romanzarla. Dagli aneddoti sulle olimpiadi – come le 25 lire date alle delegazioni o la permanenza in tuguri Dickensiani – alle più impensabili peripezie che ha vissuto nel corso della sua vita, tutto ciò che ho scritto è vero.

L’unico personaggio inesistente è quello di Luigi, che però non è che un espediente letterario: avevo bisogno di qualcuno a cui Braglia potesse raccontare in prima persona la sua vita.

Cosa ci puoi dire sulla scrittura vera e propria? È stato semplice o piuttosto un percorso complesso che è però riuscito a sostanziarsi in un’opera estremamente godibile nonostante la commistione di due generi che solitamente faticano a richiamare un pubblico ampio?

Per quanto riguarda i generi non mi sono mai posto la domanda, inoltre amo ibridarli. La difficoltà più grande è stata quella di cambiare la voce narrante: inizialmente ero partito da un altro punto del libro e la voce narrante era Luigi, non Braglia. Poi insieme all’editore abbiamo realizzato che funzionava meglio il contrario, così è iniziata la riscrittura di tutti i dialoghi. È stata una fatica, ma ne è valsa la pena.

Qual è stato l’aspetto della vita di Braglia di cui ti è più piaciuto scrivere?

Quando cambia vita e diventa un teatrale, un saltimbanco. Era il più grande ginnasta della storia, eppure di ritorno dalle olimpiadi ha perso tutto. Riesce a reinventarsi nei panni di saltimbanco e imprenditore teatrale, diventando anche qui il primo della classe. Contemporaneamente la vita gli ha detto male in tutti i sensi. È stato talmente bravo e capace in questi due aspetti della sua vita quanto è stato disastroso negli altri. Mi sono molto immedesimato nell’Italia di allora, nella moda, con le sue difficoltà, la guerra appena finita, il freddo, la neve, la fatica a tirare avanti. Sono molto entrato in questa parte.

 

Carlotta Serretelle


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